Giù le mani da Rocco Schiavone

C’è ‘sta moda delle serie. Allora, io non ho Sky perché sono povero come la dieta di un diabetico e non ho internet illimitato per fare lo splendido a scaricare, quindi le vostre Gomorra, Romanzo Criminale e serie ‘mmericane a me non m’hanno preso nemmeno di striscio. Né di streaming.

Poi all’improvviso arriva una roba che dà improvvisamente senso al canone Rai: Rocco Schiavone. Marco Giallini è monumentale qualunque parte interpreti. E ok. Le storie sono tratte dai romanzi di Antonio Manzini che sa indubbiamente il fatto suo e quindi a dialoghi e struttura stiamo più che a posto. E ok.

Ma c’è qualcosa di più. La frase migliore che mi viene per rendere l’idea è: Rocco Schiavone non sembra né una produzione Rai, né quasi una produzione italiana. Comunque non da tv generalista.

Finalmente una regia figa (Michele Soavi), una fotografia all’altezza e un montaggio eseguito senza machete. Un suono “vivo” e non posticcio, senza rumori di fondo scaricati da internet a cazzo o doppiaggi riparatori fuori sincro. Una colonna sonora parte integrante della narrazione. Personaggi delineati da sceneggiatori veri, anche quelli minori. Interpretazioni “incredibilmente credibili”, quindi bravo anche chi ha fatto i casting. Perfino gli stereotipi (indispensabili per una serie di genere) sono dosati e messi al posto e al tempo giusto.

Se vi siete persi i primi due episodi, andate su Rai Replay e trovate tutto.

Poi chissà se ci sarà un seguito.

Perché, neanche il tempo di gioire, che t’arrivano tre aborti andati male – al secolo: Quagliariello Gaetano, Giovanardi Carlo e Gasparri Maurizio – a tuonare verso la Rai, testuale, “Fermate questo scempio!”.

Lo scempio sarebbe un vicequestore – figlio della fantasia di un autore – che si fuma le canne. Continuiamo a confondere educazione e narrazione. Lo scopo di chi scrive storie è raccontare, porcaputtanamaialamaledetta.

Educare spetta alla scuola e alla famiglia. Dare il buon esempio spetta a chi ci rappresenta a qualunque livello.

Chi scrive storie ne deve essere esente. Basta alibi.

Se un ragazzino comincia a fumarsi le canne soltanto perché ha visto Rocco Schiavone significa che è un demente generato da due dementi che non gli hanno saputo o voluto insegnare il senso critico e l’autodeterminazione.

Come se uno sterminasse la famiglia dopo aver visto, che ne so, “Venerdì 13”. O addentasse bagnanti dopo aver visto “Lo squalo”. Tipo io da piccolo guardavo le tribune politiche degli anni ’80, ma non mi sono mai affiliato a nessuna associazione a delinquere.

Giù le mani da Rocco Schiavone, dalle sue canne (che per altro sono pure quelle buone con la Maria e non col fumo), dai suoi difetti, dai suoi limiti, dai suoi peccati e dalle sue contraddizioni. Che non a caso, narrati così, ne fanno un personaggio finalmente credibile. Umano.

Di certo più vero di tre palle al piede con l’alito che sa di sacrestia e le capacità intellettive di un tetto in eternit.

rocco-schiavone

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A spasso con Bighi

Moltissimi di voi si trovano qui ad assistere quotidianamente alle mie schizofreniche necessità espressive per un motivo: la lettera che scrissi a Bighi, il mio gatto morto due anni, ventotto giorni e sette ore fa.
Quella lettera, tra Facebook e blog, mi ha portato un mare di affetto, nuove amicizie, qualche migliaio di messaggi a cui ancora oggi tento faticosamente di rispondere anche solo con un grazie, un’enormità di storie restituite da chi ha voluto “sdebitarsi” raccontandomi un pezzo della propria vita con un gatto, qualche testa di cazzo, empatia, inevitabile (e quindi comprensibile) retorica e tanto altro ancora. Tutto inaspettato, quanto meno nelle dimensioni. E tutto non voluto. Io volevo solo salutarlo, scrivere a lui e poi far sì che altri leggessero nella mia ingenua quanto salvifica convinzione che finché qualcuno leggerà di lui, fin quando qualcuno lo nominerà o lo proietterà nella mente animando quelle parole, lui non morirà del tutto.
Sono forme di resistenza e resilienza in contemporanea, gli stratagemmi con cui attutiamo i lutti. Il mio è scrivere.

Bene. Stasera sono andato a vedere il film “A spasso con Bob”. Il libro da cui è tratto è del 2012 e quando uscì non lo considerai perché mi puzzò da cagata. Dopo la morte di Bighi invece lo scacciai terrorizzato dai tanti “Dovresti leggerlo” pronunciati da alcuni che mi conoscono bene. Feci bene a non leggerlo, allora. Il film è arrivato con tempi che credevo ormai maturi. Credevo. Ma ciò che ho visto non era calcolabile.
La storia è praticamente la fotocopia della nostra con qualche dettaglio non combaciante, ma comunque molto assonante. Alcune scene, alcune battute, mi hanno letteralmente sconvolto per la perfetta simmetria.
Ho rivisto noi, per la prima volta fuori dalla gigantesca sala dei miei ricordi. Non che avessi bisogno di rinfrescare la memoria, ma vi assicuro che vedersi narrati in modo così netto stravolge.
Non posso giudicare il film con lucidità, perdonatemi. Posso solo prendere atto che la storia che racconta è realmente accaduta almeno a due uomini. E uno sono io.
Un gatto arrivato dal nulla che salva un “relitto emotivo” che scrive canzoni, prendendosene cura nel chiuso di un appartamento, dove per lunghi periodi aveva accesso solo lui. Con atteggiamenti più umanoidi che felini. Sulle spalle per strada, al guinzaglio in piazza. A farsi coccolare e fotografare da passanti e turisti. A compatire i cani che impazzivano guardandolo. E incantarsi appagato nel guardare quel relitto cantare e suonare una chitarra. Seduti sul pavimento a parlare. A fargli da compagnia e da cura. Da ancora e da guida.
Bighi mi ha salvato la vita.
Rivedere come e quando, seduto sulla poltrona di un cinema, è stato incredibile, devastante. E meraviglioso.

Bighi non è sottoterra in giardino e nemmeno su nessun ponte arcobaleno.
Bighi è sul davanzale che aspetta di sentire il mio doppio fischio in lontananza.
Che aspetta che torni a casa.

bighitattoo

Chiedi chi eran gli Oasis

Bon. Han fatto questo documentario sugli Oasis e sono corso a vederlo.

Bello. Fatto bene. Pieno di materiale inedito, aneddoti, backstage non artefatti, non agiografico e, grazie a tutti i santi, senza la ormai insopportabile tecnica dell’alternanza tra immagini live e interviste con l’intervistato che guarda l’uomo invisibile di fianco all’obiettivo della camera. I protagonisti c’erano tutti, ma solo con la voce messa sulle immagini o sulle animazioni. 

Sulla sua struttura e sul suo contenuto mi hanno colpito altre due cose:

1- dei diciotto anni di attività (o dei quindici tra il primo e l’ultimo album) il documentario sta per due ore sui due anni e mezzo trascorsi tra “Non siamo nessuno” e “Siamo i proprietari del mondo”;

2- non vengono MAI nemmeno nominati i Blur.

Però non era mica solo questo che avevo voglia di dire.
In terza media c’era questa mia compagna che un giorno salta su e fa “Momama che figo il cantante degli Oasis” e lo pronunciò così come si scrive. E tutte le altre ragazze “Chi?!” e lei tirò fuori Cioè e lo mostrò a tutte e tutte emisero quegli urletti tipici delle neo menarcate. Assistendo alla scena e sbirciando la foto su Cioè mi accorsi che quel tizio proprio non lo avevo mai visto né sentito nominare né, soprattutto, mai sentito cantare.
Non so bene per quale motivo preciso, ma quella faccia da cazzo come poche mi suggerì che non si trattava di una boy band per le succitate imberbi. Io dovevo sapere.

Allora. Il piano era sempre lo stesso: cassetta vergine nella piastra Rec dello stereo e stolkeraggio radiofonico + ore con gli occhi pallati su Video Music (ché Mtv Italia ancora nisba), il tutto spesso simultaneamente. E inutilmente.

Eravamo lì a cavallo tra il ’94 e il ’95 e, nemmeno il tempo di mettere insieme quattro canzoni “scaricate” dalle radio – tagliate, sporche, gracchianti, con stacchetti e voci degli speaker all’inizio e alla fine – per poi eventualmente comprare il cd dopo attenta analisi sul walkman a cassetta, che uscì, anzi, fu sganciato da un B-52 ed esplose in tutte le terre emerse, What’s the Story Morning Glory?. 

Bon. A quel punto il preventivo traffico di cassette pirata fu saltato à la Fiona May e andai dritto da Nannini ad acquistare in coppia What’s the Story e il precedente Definitely Maybe.

Fino a quel momento, fatta eccezione per 883, Ligabue, Green Day e Cranberries, la mia fruizione della musica andava esclusivamente a ritroso. Una disperata e furiosa retromarcia a recuperare ciò che l’anagrafe mi aveva impedito di vivere in diretta o al massimo concesso di sfiorare distrattamente da bambino, tra band anglofone e cantautori italiani. 

Ecco: gli Oasis furono la mia prima vera cotta musicale la cui potenza fu amplificata dal fattore contemporaneità. Cioè, tipo, li ho visti nascere, li sto vedendo crescere, li vedrò morire. L’orgoglio e l’adrenalina che si provano quando si ha la chiara sensazione di essere al centro di un libro di storia. Sentire tuo qualcosa che non accade a te perché E’ tuo tanto quanto loro. Insomma, pur con orecchie acerbe, “Oh, questa fra cinquant’anni se la ricorderanno ancora tutti” lo dissi tra me e me su un numero di canzoni maggiore di uno, il ché significa che sarà anche la band che l’ha creata ad essere ricordata in eterno. Ed è ancora oggi, le rare volte che mi capita, sia musica, cinema, tv o sport, una sensazione che mi mette in pace con l’universo.

A quel punto si formarono le due fazioni, ché sennò siam mica contenti: da una parte gli Oasis, dall’altra i Blur.
“Non ascolto gli Oasis perché quei due là son troppo sboroni, ascolto i Blur”. Che è un po’ come dire non mi sego pensando a Beyoncé perché ha l’alluce valgo, mi sego pensando a Janira Majello”.

A me ‘sti ragionamenti mi hanno sempre lasciato perplesso. Che cazzo te ne frega se si picchiano, sfasciano stanze d’albergo, s’ammazzano di canne e metanfetamina o delirano onnipotenza? Sono delle rock star non i tuoi zii di Fiorenzuola, per dio. A me principalmente frega delle canzoni che scrivono. E amo quando a comportarsi da rock star è davvero una rock star e non un Kekkonen dei Modà a caso. Loro possono eccheccazzo. Forse la penso così perché la mia è invidia buona. La mia. 

Vabbé, comunque dopo il documentario #Supersonic sono uscito con vecchie certezze ulteriormente rafforzate e cioè: gli Oasis sono esistiti e hanno scritto una vagonata di pezzi eterni. Gli Oasis resteranno sempre dei fottuti fighi.Io c’ero e son felice.

P.S. Comunque facciamo una cosa, fra cinquant’anni ci risentiamo e facciamo sentire i primi due accordi di Wonderwall, Don’t Look Back in Anger e Champagne Supernova a dieci persone a caso sparse per il mondo. Poi facciamo la stessa cosa con Country House, Girls and Boys e Song 2.Poi facciamo che ce la sukate tutti. A me e ai fratelli oasi mentre noi cantiamo a squarciagola

AND SOOOOOOOOOO SALLY CAN WAIT, SHE KNOWS IT’S TOO LATE AS WE’RE WALKING ON BY

HER SOOOOOOOOOUL SLIDES AWAY, BUT DON’T LOOK BACK IN ANGER I HEARD YOU SAY!!!

Halloween 2016 : la Top Ten dei travestimenti

C’è ‘sta cosa no che adesso Halloween è diventata anche una festa italiana e la si impone ai bambini e loro cazzogliene che basta travestirsi e son contenti.
A parte che è un po’ come se gli americani l’11 novembre festeggiassero San Martino coi bambini che girano a elemosinare spicci o caramelle e che non ricevendo nulla cantano l’anatema in veneziano “Tanti ciodi gh’è in sta porta/ Tanti diavoli che ve porta/ Tanti ciodi gh’è in sto muro/ Tanti bruschi ve vegna sul culo./ E CHE VE MORA EL PORSEO!“, ma soprassediamo, v’è grande confusione.
Halloween infatti NON è Carnevale. Ovvero non è sufficiente travestirsi e basta, ma occorre mascherarsi da qualcosa di orrendo, ripugnante, pauroso, terrorizzante.
Siccome – l’ho sempre sostenuto – non ho bisogno che una tragedia mi riguardi direttamente per sentirmi coinvolto, ecco a voi la

 

-TOP TEN DEI MIGLIORI TRAVESTIMENTI PER HALLOWEEN 2016-
(suggerimenti per andare alla vostra festa e fare paura a tutti che proprio aiutami a dire oddio che orrore)

10- COSTUME DA PROFILO FACEBOOK DI COPPIA – E’ sufficiente presentarsi alla festa con lo smartphone ben in vista aperto sul profilo “Egidia Galatina Massimiliano Amianto” con immagine del profilo selfie dei due che si baciano teneramente e immagine di copertina selfie dei due che si baciano teneramente;

9- COSTUME DA COMMENTO SU FABRIZIO CORONA – Basta presentarsi all’ingresso della festa con due foto in mano (a caso) e farsi arrestare sul posto;

8- COSTUME DA FASE DIFENSIVA DELL’INTER – Portatevi cinque amici, indossate delle calze gialle e le maglie tarocche dell’Inter di Santon, D’Ambrosio, Nagatomo, Ranocchia, Kondogbia e Brozovic e poi fate cose senza senso;

7- COSTUME DA CROSS DI IGNAZIO ABATE – Portatevi un amico, tenetelo sempre alla vostra sinistra e ogni 8 minuti tirategli fortissimo un pallone sugli stinchi;

6- COSTUME DA COMPLOTTISTA – Indossate un sismografo e cambiate magnitudo spesso urlando che non risarcirete nessuno. (Variante: indossate un aeroplano e appena l’aria dietro di voi si condensa urlate che state avvelenando tutti con dei virus alla vaniglia);

5- COSTUME DA BUFALA – Verniciatevi il viso di nero e indossate un hotel a 5 stelle. Portatevi un amico travestito da terremotato e sventolategli senza sosta 35 euro sotto il naso;

4- COSTUME DA RED RONNIE – Mettetevi un parrucchino rossiccio e un paio di occhiali, portatevi un amico travestito da ambulatorio per le vaccinazioni obbligatorie e radetelo al suolo sorridendo. A questo punto fate entrare dei vostri amici che avrete precedentemente mascherato da vaiolo, colera, tubercolosi, febbre gialla, malaria, pellagra e morte e poi danzate festanti (Variante: Costume da Eleonora Brigliadori. Basta andare al bancone e farsi spinare del piscio al posto della birra);

3- COSTUME DA RIFORMA COSTITUZIONALE – Travestitevi da uno a scelta tra i padri costituenti, fatevi chiudere in una bara e a intervalli regolari ballate la Lambada;

2- COSTUME DA MEDICO OBIETTORE – Basta indossare un camice e uno stetoscopio. Portate con voi un’amica incinta di pochi mesi che sta per morire a causa del feto e non cagatela per tutta la festa. (Variante: Costume da medico obiettore di manica larga. E’ uguale a prima, ma a un certo punto mette furtivamente in mano alla ragazza due ferri da calza e se ne va in fretta e furia);

E al primo posto della Top Ten dei travestimenti più terrificanti per Halloween 2016…

1- COSTUME DA BARRICADERO DI GORINO – E’ sufficiente cospargersi il viso di letame fermentato.

Buon Halloween!!!!!11!!!11!!

zucca

Chi di barricata ferisce (Gorino – Ferrara – Italia – 2016)

Ciao abitante di Gorino.
Un giorno il mare si riprenderà ciò che gli è stato tolto: la terra su cui poggia la tua villetta a schiera o la tua casa indipendente.
Tu scapperai verso l’entroterra inseguito dalla marea, braccato dal fango.
Tu scapperai con i tuoi figli e tua moglie.
Tu scapperai facendo lo slalom tra i cadaveri dei tuoi compaesani, dei tuoi amici.
Tu scapperai per non morire come loro.
E mentre sarai lì che scappi guardandoti indietro e vedendo il mare e il fango inghiottire la tua casa, la tua gente, il tuo lavoro e i tuoi sacrifici di una vita, con gli occhi fuori dalle orbite e la merda nei pantaloni, proprio in quel momento, SBAM, darai una smusata contro le mie barricate. Sopra le quali ci sarò io, seduto che fumo, con un bicchiere di vino in mano a godermi lo spettacolo. E quando tu mi implorerai di farti passare, con la voce che trema e gli occhi gonfi, raccontandomi terrorizzato ciò che hai visto nel tragitto e ciò che il mare ti ha portato via, io ti guarderò e farò “No, no, no” col ditino.
Col ghigno più bastardo che so esprimere.
Poi finirò il vino e la sigaretta e ti girerò le spalle. Mi incamminerò verso casa mia e ti lascerò sempre più dietro a piangere e implorare.
Ciao abitante di Gorino.
Ah, occhio che in fondo al mare c’è pieno di negri.

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Riflessione non richiesta sul caso Icardi

Mi faccio un attimo gli affari degli interisti perché sono anche affari miei.
Perché prima di essere milanista in ogni atomo – molto prima – sono un uomo di calcio. Prima di tifare – molto prima – amo questo splendido, gigantesco gioco, praticato con risultati trascurabili, osservato, smontato o semplicemente contemplato in tutti i suoi aspetti, dal ruspante al tecnico, dall’estetico al letterario, dal cazzaro al metaforico.
Fermo restando che scrivere una biografia a ventitré anni ha senso solo se sai per certo di morire a ventiquattro o se sei un labrador; fermo restando le responsabilità di ghost writer, editor, editore e società che ti stipendia i quali quella biografia la ideano, creano e avallano; fermo restando che poi andrebbe letto anche ciò che segue la facciata incriminata in cui si stempera, si circoscrive e in sostanza ci si scusa; fermo restando che gli ultras, non hanno mai ragione, a mio avviso nemmeno d’essere; fermo restando tutto, la madre di questo casino è quella cosa di stoffa che la società F.C. Internazionale ha deciso di legare attorno al braccio sinistro di un bimbominkia.
Perché il verso di De Gregori è: “Il capitano non tiene mai paura, dritto sul cassero fuma la pipa” e non “Il capitano cura la pettinatura, sgomma sul Porches insieme a una figa”.
Da bambino, dopo un autogol clamoroso di Baresi contro il Bologna, chiesi a mio nonno “Baresi fa schifo. Perché il capitano non è Van Basten?”. Mi rispose che un capitano non è per forza il più forte, né necessariamente il più vecchio: “Un capitano è IL Capitano”. Poi può avere pure la pettinatura, la Porches e la figa, ma per vederle devi sporgerti oltre le sue spalle larghe un kilometro. Oltre i muscoli di plastica e di metano. Oltre l’ancora che tiene nei pantaloni e che getta tra le onde.
Perché il capitano non tiene mai paura.
È credibile, equilibrato, affidabile. Parla poco perché gli basta uno sguardo. Ma quando parla non ha bisogno di urlare perché all’istante non vola una mosca. Ti protegge se fai una stronzata, poi nello spogliatoio ti fa un culo come un cesto. Ha la parola giusta e il silenzio perfetto.
E non importa fare i passatisti, ci sono anche oggi. Perché ok Obdulio Varela e Valentino Mazzola, ok Carlos Alberto e Beckenbauer, ok Facchetti, Bergomi, Zanetti, Baresi, Maldini, Ambrosini, Zoff, Scirea, Del Piero, Buffon, Di Bartolomei, Giannini, Totti, Renato Villa, Minotti, Piraccini, Mimmo Di Carlo, Carrera, Calori, Daniele Conti, Caahannavaro!, Roy Kean, Gerrard, Lampard, Puyol, Hierro, Zubizarreta, Cafù, Batistuta e Marione Yepes. Ma della stessa stirpe sono anche Sergio Ramos e Rooney, Neuer e Thiago Silva. E pure Hamsik e Danilo, Gonzalo Rodriguez e Biglia, Dainelli e Magnanelli. Perfino l’Airone Caracciolo e Alessandro Lucarelli.
Fino a Michele Bucchi, il mio eterno capitano degli Amatori Columbia’s.
Capitani. Che li guardi e sai che quella fascia è su quel braccio lì che deve stare.
Quella fascia che lacrima sangue ogni volta che un Icardi la indossa.
Forzata, grottesca. Innaturale.

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Alcune curiosità su Padre Amorth

  1. E’ nato il primo maggio 1925 a Modena
  2. I genitori lo hanno chiamato Gabriele in onore di Mats Wilander
  3. Ha preso parte alla Resistenza come partigiano cattolico
  4. Il suo nome di battaglia era Jocelyn
  5. Indeciso se prendere i voti o meno, fece decidere a Pierobone, il suo cane con la sindrome di Down canina*, mettendogli due ciotole di fronte: se l’animale avesse preferito quella con i bocconcini chiodati si sarebbe iscritto al seminario, se invece la scelta dell’animale si fosse diretta verso la ciotola con i bocconcini pieni di vetri rotti, si sarebbe travestito per tutta la vita da Zangief di Street Fighter II
  6. Amava sopprimere i cani con metodi fantasiosi
  7. Prima di essere ordinato parroco ebbe una breve storia d’amore con l’ultrarunner lituano Gediminas Grinius
  8. Nel 1986 fu scelto come esorcista presso la diocesi di Roma tramite televoto dopo un estenuante testa a testa con Cesare Cadeo
  9. Ha eseguito più di 70’000 esorcismi, alcuni dei quali fighissimi!
  10. Durante l’esorcismo praticato a Cristina Quaranta, quest’ultima vomitò – tra le varie cose – l’orecchio di Farouk Kassam
  11. Quando veniva chiamato d’urgenza per un esorcismo poneva solo una condizione: che fosse presente anche Nico Fidenco a fargli i grattini sulla schiena
  12. Conservava gelosamente nel portafoglio un ritaglio di giornale in cui Alberto Castagna si racconta a Marta Flavi dopo l’infarto**
  13. Era abbonato a Top Girl
  14. Oltre ai grattini di Nico Fidenco, amava lavorare con in sottofondo la compilation Super Latina Reggaeton
  15. Aveva comprato quel cd solo per la canzone “Esto se pone caliente” di Manolito Simonet y Su Trabuco
  16. Il suo intercalare frequente era “Hakeem Olajuwon”
  17. Volava
  18. Durante l’esorcismo praticato a Carolina Morace, trovatosi al cospetto del demonio in persona, lo descrisse come “…basso, pugliese, con gli occhialini (…), ha avviato una fiorente produzione privata di vini pugliesi, prodotti nella sua Azienda Vinicola, che ha sede in contrada Bosco, presso il suo paese natale (…). Un altro vino della Tenuta è ilFelicità, vino bianco morbido che prende il nome della canzone che tanti successi ha riportato all’artista pugliese. Inoltre gestisce una trattoria tra i vigneti e gli ulivi del Salento, in cui vengono serviti prodotti tipici pugliesi e nazionali e vini della sua azienda”
  19. Negli ultimi mesi del pontificato di Giovanni Paolo II, Padre Amorth gli disegnava dei cazzi sulla fronte col pennarello
  20. Il santo Padre una volta se ne accorse e disse “mmppfffffffahhhhhhh…”
  21. Per un breve periodo del 1998, la sua perpetua è stata Kylie Minogue
  22. Il suo crocifisso preferito per gli esorcismi aveva una caratteristica: se schiacciavi il pancino di Gesù partiva la versione midi di “Stella stai”
  23. Teneva in canna una scorreggia dal 1983
  24. Tra le sue ultime volontà ha lasciato scritto di volere essere sepolto sotto una colata di Smarties gialli (la sua grande passione)
  25. Non restituì mai quei soldi a Marco Columbro

 

*hanno un cromosoma (canino) in più e abbaiano dal culo

**il primo, non quello mortale

amorth