25 anni di Italyan, rum casusu cykti: il disco che ci salvò il cervello. #pedriniracconta

Ci sono dischi che ti rivelano chi sei. Eri lì anche prima, ma loro ti trovano. Ci sono dischi che ti snodano robe ingarbugliate. Ci sono quelli che ti fanno sentire meno solo tipo “Ehi, sento quello che senti tu” o “E’ successo anche a me, tranquillo ragazzo, passa tutto”.
Poi ci sono dischi che fanno un lavoro più grosso ed estremo, più profondo, spesso irreversibile. Sono quelli che ti incanalano da una parte anziché da un’altra; che non ti rivelano chi sei, ma chi vuoi e puoi diventare. Che ti danno le istruzioni per assemblarti con i pezzi a disposizione. Pezzi alla rinfusa che hai dentro, molti dei quali dalla forgia e dalla funzione incomprensibili.
Le mie istruzioni per l’uso furono #ItalyanRumCasusuCikti, che ieri ha compiuto venticinque anni.
Avevo undici anni, cantautori che mi sfioravano dal giradischi di mia madre e un walkman giallo e blu del Mulino Bianco che utilizzavo esclusivamente per riascoltarmi in loop le cassette con le partite di Italia ’90 commentate dalla Gialappa’s (sapientemente registrate due anni prima) e quelle con l’audio de I promessi sposi del Trio. Insomma, già un po’ si intuiva qualcosa, ma musica: zero. Fino al ’92, qui nei meandri della campagna emiliana, #ElioeleStorieTese erano “amico hooligano coi capelli un po’ corti” (sigla dei primissimi Mai dire gol), la mucca che fa Mu e il merlo che non fa Me e quasi nient’altro.
Dalla radio che tenevamo sul bordo del lavandino iniziò a uscire sempre più spesso una canzone strana. Più che strana direi aliena. Diceva “cazzo”. Diceva “ghiandola mammaria”. Diceva “ettolitri di sburra”. Diceva cose che non capivo come “sfacimme”, “triangolino che ci esalta” e “popparuolo”. Diceva soprattutto “ho un gomito che fa contatto col piede”. E il tutto era – e fu questo lo scossone – all’interno di una canzone “vera”, plausibile, orecchiabile e con del tiro, del gran tiro.
Nella mia compagnia di piccoli casi umani di paese c’era un possessore della cassetta originale dalla quale clonammo decine di cassette pirata, fra cui la mia. Il mio walkman non conobbe altro per almeno due anni.
Ora io potrei far parlare il trentaseienne e dirvi che una band anche molto brava con le idee di quel disco ci avrebbe fatto quattordici carriere. Che seguendo le ramificazioni delle citazioni presenti ricomporreste quasi tutto lo scibile musicale. Potrei parlarvi delle loro doti tecniche e analizzare virtuosismi vari tra testi, controtempi folli, assoli illegali, linee di basso, cori e arrangiamenti. Potrei, ma credo sia più importante raccontare che quelle canzoni si impossessarono di noi, allora, portandoci a inscenare spesso le storie al loro interno. E quindi, negli infiniti pomeriggi estivi e pre autunnali, intorno al Circolo la Bocciofila di San Bartolomeo, era normalissimo trovare Giorgio e Piero che incrociavano i loro peni in segno di reciproca stima. Lady Marian rossa in volto che emetteva un peto dopo l’altro. Vitelli senza i piedi abusati da orsetti omosessuali. Ragazze che limonavano da sole. Ma anche dibattiti sul rapporto di lavoro tra Pork e Cindy. Sul perché lei avesse la figa spanata. Sul perché l’imene fosse brutto se lacerato. Su cosa diavolo fosse l’imene. Capitava di fermare le ragazzine di passaggio al bar e chiedere loro se potessimo suonare le loro trombe di Fallopio o se fossero protagoniste del loro wurstel di cotone, nanainanananainanana nananaaaa.
Poi c’è chi si fermava solo alla parte demenziale restando su uno dei livelli forniti e chi capiva che per dire quelle cose e utilizzarle per costruire storie e situazioni assurde, innanzitutto occorreva conoscerle. Ecco perché, al netto dell’importanza musicale in sé, Italian Rum Casusu Cykti, per quel che mi riguarda, ha forgiato la mia forma mentis e quella di milioni di ragazzini del ’92. Ha originato modi dire e definizioni. Ha introdotto parole nel linguaggio comune utilizzate anche inconsapevolmente da chi ne ignora la paternità. Quel disco lì da solo.
Ciò che Eelst avevano creato prima – e che emerse trainato da IRCC – e ciò che combinarono dopo è storia nota, ma quel disco, per almeno un paio di generazioni, arrivando in quegli anni e a quelle età, potendo viverlo “in diretta”, ha scoperchiato una botola con dentro un mondo sconosciuto, in cui ci siamo immersi e da cui non usciremo mai più, perché no, non esci più. Dove poter ridere in quel modo “lì”, che non è più alto o più baso, ma laterale. Cioè è proprio un’altra cosa. Dove poter guardarci e metterci le mani in faccia come a dire Non è possibile, ascoltando una loro canzone nuova, senza doverci specificare “cosa” non sia possibile, perché ci guardiamo e ci siam capiti, senza corporativismi di appartenenza, perché ci stiamo in mezzo ali altri, eccome, ma tra “noi” ci annusiamo lontano un chilometro e ci capiamo su una frequenza inaccessibile, per forza. In cui poter applicare quei meccanismi mentali a tutto quello che ti circonda perché Italyan Rum Casusu Cikti ci ha allenato la mente a funzionare in modo diverso, ci ha presi ragazzini e ci ha vaccinati in tempo utile dal piattume e dalla banalità, ci ha insegnato che si può ridere di tutto, proprio tutto, se lo si guarda in quel modo “lì”.
Un mondo dove poterci riconoscere fra noi disadattati mancati per un soffio, solo grazie a una mucca con le gambe.
E ora scusate, ma devo andare a prendere mio padre che è rimasto chiuso nell’autolavaggio.
 italyanrum
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