Vi racconto “È più comodo se dormi da me” di Diego Esposito 


C’è un ragazzo sui trent’anni che apre una finestra cigolante in una stanza che sa di chiuso. Fuori sta andando in onda una gran bella giornata e quella stanza ha bisogno di saperlo. Così, a poco a poco, l’aria stantia si fa pulita e morbida, come se ogni sua molecola fosse lavata a mano da migliaia di lavandaie invisibili con in mano una saponetta fatta in casa, quelle che si usavano una volta, quando a fare il bucato si andava al fiume.

Ecco cosa succede quando si preme play e il lettore ha in canna “E’ più comodo se dormi da me” di Diego Esposito che parte proprio col brano “In una stanza”. E ci si trova lì dentro con lui e le sue parole, ma dopo un po’ si inizia a stare stretti perché loro, le parole, “sono più di un milione”. E allora quella finestra aperta serve anche a farle uscire fuori. E a noi non resta che seguirle, presi per mano dal loro legittimo proprietario, curioso quanto noi di vedere dove vanno a finire. Quindi si parte.

La prima tappa è “sulla costa ovest dell’Irlanda con l’America dall’altra sponda”, cullati da un sei/ottavi in legno grezzo dalle cui fessure si infila qua e là un sax, troviamo incredibilmente la Toscana, cioè le radici e il bisogno di trovarle, ma a debita distanza dall’albero. E il dialogo con l’amico in Irlanda sfocia in un ritornello che si scioglie in bocca e si inchioda alla mente con una naturalezza disarmante.

E’ tempo di virare netti verso un “Vecchio eliporto” dismesso. Al sicuro da tutto e tutti, facciamo l’amore e poi balliamo, tanto qui nessuno ci disturberà. Nessuno ci minaccerà. Nessuna convenzione ritrita, nessuna apparenza, niente: in questa zona franca solo gambe che se la ballano e corpi che si scrollano di dosso un po’ di polvere. E allora serve un ritmo ossessivo e un ritornello che sa di preghiera pagana.

Tutte le tappe di questa passeggiata vengono raccontate con carrellate di immagini, a volte improvvise come pennellate fugaci su una tela, necessarie, essenziali. Urgenti.

Ed eccoci di nuovo in una stanza con due ragazzi, bisogni di fuga nell’aria, roba chiusa dentro gli occhi, una bottiglia per ammorbidire le serrature. E un invito appoggiato su un ritornello immediato perché deve consegnarti quella proposta nel modo più veloce possibile: ti porto dove desideri, ma se vuoi c’è un posto che non mostro a nessuno. E’ dove nascono le mie parole, “Le parole quando vanno da sé”. Mentre decidi, visto che si è fatta una certa, “è più comodo se dormi da me”. Una seconda proposta, talmente semplice da risultare di una potenza emotiva inaudita e che non a caso dà il titolo a tutto il percorso perché il filo conduttore  a questo punto è chiarissimo ed è proprio questo: la potenza della semplicità.

“Come fosse primavera” arriva a metà strada e suona un po’ come una pausa. Diego ci lascia la mano, si siede e scrive una lettera “a porta spalancata” a chi sa lui. Anche qui immagini che arrivano per conto loro e che il destinatario riceverà senza filtri né un motivo apparente, solo perché sappia che stasera è qui con lui ed era urgente farglielo sapere.

Si riparte forte con “Fisica quantistica” in quella che possiamo chiamare la seconda incursione di Mannarino in una strada guidata da Ivan Graziani per la capacità incredibile di affrescare le storie e da Pierangelo Bertoli per la spudoratezza con cui si usano semplicità e positività per andare a fondo dentro sé stessi, facendo cartastraccia dell’equazione “introspezione = tristezza” tassativamente in linguaggio forbito e accordi in minore. Anche qui c’è un’assenza stavolta sublimata in una ballata forsennata.

E’ il momento di far visita a un vecchio amico e quindi eccoci in una spiaggia perché l’amico in questione é il mare “in persona”. Diego ci fa cenno di metterci in un angolo e aspettare perché lui e l’amico devono dirsi un po’ di cose. Gli deve raccontare una storia in particolare su Lorenzo che non ce l’ha proprio fatta a non partire per sempre. E fa male, malissimo. E il male è talmente grande che l’unico in grado di contenerlo è soltanto il mare. E allora stiamo in disparte, in silenzio, e lasciamo che Diego gli racconti tutto. Il mare ascolta e sa esattamente con quale sguardo farlo.

“Canzone” è un altro dialogo a cui però possiamo assistere con meno discrezione, anzi, viene quasi da reggere il moccolo e poi andarci a bere qualcosa perché non è esattamente finita benissimo, “…tu sei come una canzone che non riesco ad ascoltare”. Peccato perché si stava bene, ma se non ci si incastra, a un certo punto anche amen.

L’ultima tappa della nostra passeggiata ci porta a spiare “Chi festeggia”, con un arpeggio delicato che sembra una filastrocca per bambini, perché sono di nuovo immagini dell’infanzia quelle che Diego proietta. E il ritornello è una preghiera rivolta a chi “ride dalla cucina”, perché resti dentro, dovunque vada, qualunque cosa accada, “anche quando cambio fuori e dentro resto uguale”, “quando non so cosa dire e non so cosa fare”. Tu resta qui dentro a guidarmi per sempre, ché sennò, fidati, è un gran casino. 

E siamo tornati al punto di partenza. A quella stanza da cui eravamo partiti dietro quel milione di parole. In quella stanza che ora sa di pulito. Con negli occhi, nel naso e tra i capelli quei posti, quelle storie, quelle strade, quei volti. Con un senso di pace.

E di gratitudine verso chi ti ha tenuto la mano per tutto il tragitto. 

Con la voglia di rifarlo di nuovo, il prima possibile.

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